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TMC e data di scadenza: ecco cosa cambia davvero
Apriamo il frigo, troviamo quella confezione di sottaceti aperta da chissà quanto e cerchiamo la data. Sulla confezione possiamo trovare due diciture diverse: "da consumarsi entro" e "da consumarsi preferibilmente entro". Sembrano simili, ma indicano due cose completamente diverse — e confonderle può voler dire buttare cibo ancora buono, oppure, al contrario, rischiare di mangiare qualcosa che non andrebbe più consumato.
Da consumarsi preferibilmente entro (TMC)
Questa è la dicitura che troviamo sulla maggior parte dei prodotti a lunga conservazione: pasta, riso, biscotti, conserve, ma anche sottaceti. Si chiama tecnicamente termine minimo di conservazione (TMC), e indica il periodo entro cui il prodotto conserva le sue proprietà specifiche: sapore, consistenza, colore, aroma. Non è una data di sicurezza, ma di qualità.
Superato il TMC, il prodotto non diventa automaticamente pericoloso: può solo aver perso un po' delle sue caratteristiche organolettiche. È per questo che la normativa europea permette la vendita e persino la donazione di alimenti oltre il TMC, purché restino idonei al consumo — la valutazione finale spetta comunque a chi vende (o a chi mangia): guardare, odorare, controllare che la confezione sia integra.
Da consumarsi entro (data di scadenza)
Questa dicitura si trova invece sugli alimenti deperibili — quelli che, dal punto di vista microbiologico, possono diventare un pericolo per la salute in tempi brevi se conservati in modo scorretto o troppo a lungo: carne fresca, pesce, latticini freschi, prodotti pronti da consumare refrigerati. Qui il rischio non è solo di qualità ma di sicurezza: il prodotto potrebbe contenere batteri patogeni capaci di crescere durante la conservazione fino a raggiungere livelli pericolosi.
Per legge, un alimento con questa dicitura non può più essere venduto né consumato dopo la data indicata: da quel momento è considerato "non sicuro" a tutti gli effetti (Regolamento CE 178/2002, art. 14).
Chi decide quale delle due usare?
La scelta non è casuale né lasciata al caso: è l'operatore del settore alimentare (il produttore) a doverla stabilire, valutando se il prodotto — una volta lavorato e confezionato — può ospitare microrganismi patogeni capaci di crescere durante la conservazione. Se il processo produttivo elimina questi rischi (per esempio con un trattamento termico efficace) o se le caratteristiche del prodotto stesso non permettono ai patogeni di svilupparsi (pH basso, scarsa umidità, ecc.), si può usare il TMC. Se invece il rischio di crescita batterica resta concreto, la legge impone la data di scadenza.
Fonte: EFSA BIOHAZ Panel, "Guidance on date marking and related food information: part 1 (date marking)", EFSA Journal 2020;18(12):6306. https://doi.org/10.2903/j.efsa.2020.6306
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